Youssef, viaggio tra violenze e torture. Sognando l’Italia

Il ragazzo algerino, ventinove anni, si trova in Grecia da nove mesi. Arrestato dalla polizia di Patrasso, ha denunciato violenze e torture. Ora ha deciso di tornare in Algeria. Secondo l'associazione Kinisi questa situazione è all'ordine del giorno
di Marzia Coronati, Amisnet


PATRASSO. Youssef ha raggiunto la Turchia in aereo dall'Algeria per poi attraversare a piedi la frontiera con la Grecia. Come molti giovani provenienti dal Nord Africa, dai paesi subsahariani e dall'Afghanistan, attende di poter andare in Italia imbarcandosi clandestinamente su un traghetto. Il sistema è ormai noto, aggrapparsi sotto a un tir nella speranza che le guardie costiere dei due paesi non se ne rendano conto.
A Patrasso le condizioni nei campi improvvisati in vecchi vagoni ferroviari o ai margini della città sono oltre ogni limite di sopportazione. A questo si aggiunge l'indifferenza della popolazione e la violenza della polizia. Di questa violenza è stato vittima Youssef, 29 anni, in Grecia da 9 mesi, quando è stato fermato e condotto nella stazione di polizia, colpevole di non possedere documenti in regola. Durante le due settimane in cui è stato trattenuto in camera di sicurezza Youssef racconta di essere stato percosso più volte dagli agenti e di aver subito torture con un piccolo macchinario per l'elettroshock i cui elettrodi gli venivano applicati sui gomiti. Il ragazzo porta evidenti segni delle violenze subite, violenze che hanno probabilmente raggiunto il proprio obiettivo, dato che Youssef ha deciso di tornare al più presto in Algeria. Di Europa ne ha avuto abbastanza.


La sua famiglia sta provvedendo a comprargli il biglietto di ritorno. Nel frattempo l'associazione Kinisi, unica ad aver stabilito un minimo di contatto con i migranti presenti in città, ha inscenato un piccolo presidio di fronte alla stazione di polizia, ottenendo un incontro con due ufficiali per chiedere conto dell'accaduto. La polizia nega che quanto riferito da Youssef risponda a verità, ma gli attivisti di Kinisi stanno procedendo a inoltrare una denuncia formale presso la procura locale. "Non è certo la prima volta che questo accade, queste violenze sono all'ordine del giorno, e noi abbiamo già fatto presente queste situazioni alla procura", raccontano i ragazzi dell'associazione.

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